La voce e lo spazio: le immagini nel testo

La voce umana, grafia cinese moderna e antica

Moltissime le rappresentazioni della voce in pittura, rappresentazioni mute, ma non per questo meno espressive: chi non immagina l’urlo di Oloferne nella rappresentazione caravaggesca (1599)?

 

 

Il gioco di rappresentazione dei gesti vocali può rimandare a un piccolo rompicapo, come accade nei Pescatori, dove si assiste ad un compiaciuto scollamento fra gesto e intenzione, uno scollamento che trova la propria radice nell’ambiguità fisiognomica delle espressioni dei personaggi, e che si disambigua solo nell’espressione del bambino. D’altra parte, in una rappresentazione così realistica del cibo e del gusto, da sempre, e fortunatamente, intraducibili in parole, ma solo in altre metafore, dobbiamo accettare di rimanere sospesi nell’ambiguità.

 

 

Ambiguità che lambisce anche il mito di Eco e Narciso, o l’immagine delle sirene: se Poussin non esita a cogliere il momento metamorfico in cui Eco va già trasformandosi in pietra, Paolo Gozza ci invita a decifrare la dialettica che lega i due personaggi nel Regno di Flora.

 

 

Un triangolo, quello di Poussin, meno malizioso di quanto non ci aspetteremmo, ma altrettanto destrutturante: Eco cerca lo sguardo di Narciso, irrimediabilmente attratto dal riflesso della sua immagine sullo specchio d’acqua del vaso, certo, ma anche dal contenitore acustico in cui riverbera l’intonazione espressiva del suo urlo, l’ultimo vero gesto che, propagandosi nel mondo, ne fissa la figura e le possibilità narrative. Nel vaso riverbera la voce, o meglio quel lamento che suggella il senso del mito, e il permanere dei suoi protagonisti come atmosfere, fantasmi pronti a incarnarsi ancora una volta. Il gioco di Poussin è ancora ambiguo, certo, e fuggente, non abbiamo nessuna fisionognomica del vocale, come accadeva in Campi o in Caravaggio, abbiamo il doppio riverbero di un’immagine, e la sua eco acustica, tutta racchiusa nel vaso.

 

 

Non meno ambiguo il ruolo culturale delle Sirene,ipnotizzate dalla lira di Orfeo, nella bella rappresentazione che ce ne ha offerto Loredana Mancini, ora tese verso il canto funebre per le proprie vittime (che cos’è infatti, la narrazione immaginaria del passato con cui attraggono i naviganti?) ora tese nel canto trenodico, che, con la sua evocazione dell’urlo, tanto preoccupava il Platone del X Libro della Repubblica.

 

 

 

Ma forse l’ambiguità più impressionante va proprio a toccare la natura materiale del suono vocale, come accade nella Miniatura del Paradiso dantesco dedicata a Marsia, ad opera di Giovanni di Paolo. Qui l’auleta scuoiato sembra sognare se stesso, e il suono dell’aulos si fa eco di una storia possibile, quella in cui le possibilità del continuo, che la nostra tradizione intonativa ha cercato di normare per almeno 2400, esplode nella danza. Quella danza che impareremo a seguire solo con la musica novecentesca.

 

 

 

 

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