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La voce fra rumore e intervallo

La voce fra rumore ed intervallo

Nella lingua greca phoné ha estensione scoraggiante, designando, al
tempo stesso, la voce e la generalità dei fenomeni sonori: vorremmo
discutere il rapporto che lega la psyché ad una micidiale paroletta, phthongos ,
che indica il suono come udibile, come oggetto della percezione, in
senso preminente, estetico. La relazione che stringe i due termini indica
un particolare rapporto con il mondo, e con i contenuti messi in
gioco dall’ascolto.
Per poterci avvicinare al concetto di udibilità, ci sembra indispensabile
partire da una particolare forma di silenzio, legata ai fenomeni di
afonia, o di mancanza di voce o di parola, perché l’assenza di rumore
riesce sempre a dirci qualcosa del mondo del suono che gli si contrappone.
Esistono tipologie narrative del silenzio, che per esser riempite si
appellano ad una particolare qualità del sonoro.
Nel Canto Quarto dell’Odissea Penelope viene a sapere della possibile
morte di Odisseo, e dovrà piegarsi, in qualche modo, a trovare un
nuovo compagno, o meglio, un nuovo signore. Lo sbigottimento, o il
dolore che fa piegare le ginocchia, lasciano chi ne viene colpito, come
la regina di Itaca, incapace di emettere la fiorente voce (thaleròs voce
che esplode, ad esempio, nel sesso, voce dell’impossessamento, della
vita che fiorisce e che fiorisce come fioriscono le lacrime, manifestazione
visibile portata in voce , non in parola, dell’emozione): nell’incapacità1
della voce, dovremmo vedere il declinarsi di una crisi della funzione
della soggettività.

Scarica il resto in PDF: Serra da Fenomenologia del melodramma

tratto da: AAVV, Per una fenomenologia del melodramma,  a cura di Pietro D’oriano, Quodlibet, Macerata, 2006. pp.52 – 75. Si ringrazia l’editore per aver concesso la pubblicazione del testo